il travaglio della verità

La vicenda Travaglio-Schifani è emblematica della demenzialità mediatica italiana.
Riassumo: Travaglio è ospite di Che Tempo che Fa per promuovere un suo libro. Lo fa benissimo parlando di generici e presunti rapporti tra Schifani e alcuni personaggi mafiosi. Ci aggiunge qualche offesa e questo serve a catturare una fetta di mercato. Il prodotto è stato pubblicizzato bene.
Arrivano i politici che commentano. Arrivano i giornalisti che commentano. Arrivano i giornalisti che intervistano comici (come Dario Fo e Fiorello) per fargli commentare i commenti dei politici.

Ora voi direte: bene dopo tutti questi commenti è arrivato il momento che qualcuno spieghi bene i fatti, di cosa si sta parlando insomma. Un giornalista che racconti i fatti, non riporti semplicemente commenti e opinioni.
Tranquilli, c’è Mentana.
Ieri sera a Matrix ha dato la parola a 2 politici con opposte opinioni sulla vicenda (Gasparri e Di Pietro) e a 2 giornalisti con opposte opinioni sulla vicenda (Facci e Barbacetto). Non c’è una voce giornalistica super partes che espone semplicemente i fatti, freddi e dettagliati. No, c’è solo dibattito. Talk Show.
Alla fine Mentana chiude alla grande:
il pubblico ha sentito tutte le opinioni e ognuno si farà la sua idea.

Va bene che la verità non esiste… ma almeno un piccolo sforzo per avvicinarsi.

Eccheccazzo.

il travaglio della veritàultima modifica: 2008-05-14T12:00:00+02:00da myenvy
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2 pensieri su “il travaglio della verità

  1. I fatti li ha riportati Travaglio. Ma al solito avete il cervello obnubilato di merda. (con stima)

    Da Lirio Abbate e Peter Gomez, “I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento”, Fazi editore, 2007, pagg. 69-84

    Laboratorio Villabate.

    «Enrico tu sai da dove vengo e che cosa ero con tuo padre… Io sono mafioso come tuo padre, perché con tuo padre me ne andavo a cercare i voti vicino a Villalba da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga … Ora [lui] non c’è [più], ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso …».
    Una frase del genere, anche loro che per lavoro erano abituati ad ascoltare ogni giorno ore e ore d’intercettazioni, non l’avevano mai sentita. Sembravano le parole di un film. Dentro c’era tutto: la minaccia – «io sono mafioso» – il ricatto – «lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso» – i riferimenti ai capi storici di Cosa Nostra – Turiddu Malta, un capofamiglia liberato dal carcere nel 1943 dagli americani – e la politica. Sì, la politica. Quella con la P maiuscola, perché Enrico era il figlio del senatore fanfaniano Giuseppe La Loggia: era Enrico La Loggia, dal 1996 al 2001 capogruppo di Forza Italia al Senato e poi ministro degli Affari Regionali nel governo Berlusconi.
    Ma a pronunciare quelle parole non era stato un attore: a scandirle con voce forte e chiara era stato, appena un mese prima di finire in manette, l’avvocato Nino Mandalà.
    E’ il 4 maggio 1998. Quel giorno il boss di Villabate sale, verso le 11 del mattino, sulla Mercedes turbodiesel di un uomo d’onore grande e grosso, dalla folta barba scura. È l’auto di Simone Castello, l’imprenditore che, fin dagli anni Ottanta, per conto di Provenzano recapita i suoi pizzini in tutta la Sicilia. I carabinieri l’hanno imbottita di microspie perché sanno che parlare con Castello significa parlare direttamente con l’ultimo Padrino.
    Mandalà è su di giri. Le elezioni amministrative sono alle porte, nel direttivo provinciale di Forza Italia di cui fa parte c’è fermento, le riunioni per preparare la lista dei candidati si succedono alle riunioni. Gaspare Giudice lo ha consultato per trovare un uomo da presentare per la corsa al consiglio provinciale a Misilmeri, un paesino a pochi chilometri da Villabate. Lui gli ha fornito un nome: all’ultimo momento però l’accordo è saltato, perché Renato Schifani, neoeletto senatore nel collegio di Coricane, «ha preteso, giustamente, che il candidato di Misilmeri alla provincia fosse suo, visto che Gaspare Giudice ne aveva già quattro», spiega Nino a Simone.
    Il deputato, come accadeva sempre più spesso – anzi secondo Mandalà ormai troppo spesso – ha tentato di giustificare l’improvviso voltafaccia. E ha scaricato tutte le responsabilità sui colleghi di partito. «Loro non mi hanno fatto nessuna richiesta, per cui io avevo il problema di completare la cinquina [di candidati]», gli ha detto Giudice, «quindi, non essendoci nessuna richiesta da parte di Schifani, io mi sono fatto avanti e ho fatto a te la richiesta di trovare il candidato».
    A ben vedere è una polemica da niente. Di cose così nel mondo della politica ne accadono ogni giorno. E anche l’avvocato Mandalà lo capisce bene. Lui la vita di partito ha cominciato a masticarla fin da ragazzo, quando era un giovane attivista della Democrazia Cristiana. Ma ormai non ne può più. A ogni piccolo incidente, a ogni disguido, sente aumentare la rabbia in corpo. Si sente preso in giro. Per questo adesso ha deciso di incrociare le braccia: lui questa volta i voti non li procurerà a nessuno.
    «Io me ne sto fottendo. Chi ha ragione, chi ha torto, non è questo il punto. Rimane il fatto che a me è stata chiesta una candidatura, supplicandomi: “Per favore che siamo nei guai …” e [invece] m’a trummaru [me l’hanno trombata] … è giusto?», dice Mandalà al colonnello di Provenzano. La sua prima piccola rivincita, Nino, se l’è comunque già presa. Il candidato proposto da Schifani si è presentato in paese ma è stato respinto in malo modo. Ridendo, Mandalà racconta di avergli detto a brutto muso: «Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n’è per nessuno …».
    La dura reazione del capomafia ha preoccupato i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo ha immediatamente chiamato: «Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c’è stata una riunione. [C’erano] La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante [l’allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006] e Dore Misuraca, l’assessore regionale agli Enti Locali. [Giudice mi ha raccontato che] Schifani disse a La Loggia: “Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede … e quindi c’è la possibilità di recuperare Nino Mandalà, telefonagli …».
    Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: «Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo [il candidato di Misilmeri] … aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l’ho fatto piangere?».
    Nell’auto di Simone Castello la domanda del boss di Villabate è seguita da qualche secondo di silenzio. Poi le microspie dei carabinieri registrano la storia di un’amicizia tradita. Una storia di mafia in cui i capibastone minacciano e i politici, terrorizzati, chiedono piangendo perdono.
    Mandalà la narra con astio, tutta d’un fiato. Torna con la mente al 1995, l’anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, di averlo «completamente abbandonato», forse nel timore che qualcuno scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano lavorato fianco a fianco in un’agenzia di brokeraggio assicurativo.
    «Non mi aspettavo che dovesse fare niente, che dovesse fare dichiarazioni alla stampa, ma almeno un messaggio, “ti do la mia solidarietà”, [me lo poteva mandare]. Stiamo parlando di un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli – lui è più piccolo di me – [nemmeno] mi ricordo quando ci siamo conosciuti. [Ma] suo padre … era mio padre, lui era un cristiano con i cazzi, non [come] questo pezzo di merda … [Poi siamo stati] soci in affari perché abbiamo avuto assieme una società di brokeraggio assicurativo, lui presidente e io amministratore delegato. [Andavamo] in vacanza assieme …».
    Il portaordini di Provenzano cerca d’interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo: «Va bene, magari è il presidente [dei senatori di Forza Italia e non si può esporre] …».
    «D’accordo, però, dico, in una situazione come questa … Dio mio mandami un messaggio. [Poteva farlo attraverso] ‘sto cornuto di Schifani che [allora] non era [ancora senatore], [ma faceva] l’esperto [il consulente in materie urbanistiche] qua al Comune di Villabate a 54 milioni [di lire] l’anno. Melo aveva mandato [proprio] il signor La Loggia. Lui [Schifani] mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva: “Nino vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda [i saluti]”. No, e invece non solo non mi manda [a dire] niente lui, ma Schifani …».
    «Dice che non ti conosce …».
    «Schifani, quando quelli là in Forza Italia, gli chiedono “ma che è successo all’amico tuo, al figlio dell’amico tuo” risponde “amico mio? … no, manco lo conosco, lo conosco a mala pena”. [Così] il signor Schifani [quando veniva a Villabate] per motivi di lavoro [la consulenza per il Comune] vedeva a me e, minchia, scantonava, svicolava, si spaventava come se … come se prendeva la rogna, capisci? Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, [io e La Loggia] ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui viene e mi dice: “Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio …”.
    Gli ho detto: “Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola”. “Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?”.
    “E perché come ti devo trattare? Perché non è possibile spiegamelo … chi sei?”.
    “No, ma io non dico questo, ma i nostri rapporti … “. “Ma quale rapporto …”.
    “Senti possiamo fare una cosa, ne possiamo parlare in ufficio da me?”, “Sì, perché no …”. E ci siano trasferiti in via Duca della Verdura [lo studio di La Loggia] … stranamente perché il signor senatore è sempre impegnato. Questa volta un’ora è stato con me, gli ho raccontato quello del bel cardillo [gli ho fatto un cazziatone], [gli ho detto] quello che aveva fatto in passato quando era assessore comunale [a Palermo] ai Beni Culturali … questo gli domandavo le cose e non mi ha fatto mai niente e questa vicenda eccetera eccetera. Alla fine gli dissi: “Senti, mi devi fare una cortesia, tu a me non mi devi cercare più, tu devi dimenticarti che esisto perché la prossima volta che tu ti arrischi a cercarmi e siamo soli, io siccome sono mafioso, io ti [parola incomprensibile nella registrazione], io ti [parola incomprensibile], hai capito! [Perché] io sono mafioso, come tuo padre purtroppo, perché io con tuo padre me ne andavo a cercargli i voti […] da Turiddu Malta che era il capo della mafia di Vallelunga. Tuo padre che era [parola incomprensibile] e lo poteva dire. Ora lui non c’è più, ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso”. [E lui] si è messo a piangere.
    “Mi rovini”, [ha detto].
    “E perché?”, gli ho risposto, “Io non sono un pezzo di merda come a te che ti rovino. L’ho fatto per dirti che tu hai la coda di paglia come gli altri e fai tutto … tutto … ma lo devi fare con gli altri …. ti devi vestire dei panni … ma non con me, stronzo che sei. Non sai io da dove vengo e cosa ero con tuo padre. Che cornuto vai dicendo. Tuo padre chi era? E mi dici a me …”».
    Simone Castello commenta caustico: «Qua c’è gentaglia …».
    Ma Nino non ha ancora finito: «Lui si è messo a piangere, si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perché era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto “ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me da Turiddu Malta”, e l’ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, ‘sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a fare una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore, pensava che io lo andavo a rovinare …». «No! Ma quant’è cretino …».
    «[Figurati che] diceva piangendo: “Mi rovini, mi rovini”». «E questo è il senatore di Forza Italia …».
    «E il presidente dei Senatori di Forza Italia».
    «[Il fatto è, Nino, che] sono tutti mezze tacche».
    Mandalà serra le labbra, mima uno sputo. «Pù, miserabile che sei … e senza onore», dice mentre Castello, il colonnello di Provenzano, dà anche lui libero sfogo agli insulti: «Miccichè mezza tacca. Questo Giudice meno di mezza tacca … Dore Misuraca, non ne parliamo … Meschini, meschini, meschini, non solo in Forza Italia, negli altri partiti sono pure gli stessi. E appena vengono investiti di questa carica, onorevole, senatore, chi sa chi cazzo si credono di essere, dei superuomini … sono stupidi, perché poi vanno là e vanno a fare quello che gli dice l’uomo più rappresentativo del movimento, di D’Alema, di Forza Italia e vengono qua e pare che è arrivato chissà chi. [Te lo ricordi] Andrea Zangara di Bagheria, [quello che] è stato senatore della Democrazia Cristiana, ora è deputato regionale? Questo faceva il marmuraru [il cavatore di pietre], a Bagheria lo chiamano Andrea “u marmuraru”, va bene? Io ti posso dire che dal punto di vista delle amicizie politiche lui ce ne ha [per esempio] con Mattarella, ma dal punto di vista dell’uomo della strada lui è nessuno. Lui non sa un cazzo. Se tu ci vuoi parlare di argomenti diciamo di vita, di argomenti di economia, non parla, non sa par-lare, non sa niente … e questo è uno di quelli che arriva là e vota e determina le mie cose, le tue cose … Questi sono i politici, Nino, questi sono i politici …» (1).

    La zona grigia

    Da un certo punto di vista l’astio dell’avvocato Mandalà è perfettamente comprensibile. Lui Schifani e La Loggia li aveva sempre considerati degli amici, tanto che erano stati tra gli ospiti importanti del suo secondo matrimonio, avvenuto nei primi anni Ottanta. A quell’epoca Nino Mandalà era appena rientrato in Sicilia da Bologna, dove lavorava nel mondo delle concessionarie d’auto e dove anche suo figlio Nicola era nato. Con loro aveva fondato la Sicula Brokers, una strana società in cui i futuri leader di Forza Italia sedevano fianco a fianco di imprenditori in odor di mafia e boss di Cosa Nostra.
    A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c’è da rimanere a bocca aperta: la Sicula Brokers viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia e Schifani, compaiono i nomi dell’ingegnere Benny D’Agostino, il titolare delle più grandi imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l’amministratore delle società di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da Giovanni Falcone perché capi della famiglia mafiosa di Salemi.
    La Sicula Brokers è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni, borghesia e boss hanno fatto affari.
    Palermo del resto è sempre stata così: nel dopoguerra i mafiosi erano i campieri dei ricchi, erano gli uomini di fatica ai qua-li la borghesia e l’aristocrazia delegavano l’amministrazione delle terre e dei beni. Un rapporto quasi simbiotico, spesso caratterizzato da reciproci scambi di favori. Ecco quindi che Benny D’Agostino, il socio di La Loggia, Schifani e Mandalà, viaggia nei primi anni Ottanta in Ferrari con don Michele Greco, il “papa della mafia”; ospita nelle sue proprietà i latitanti; si dedica con i prestanome di Provenzano, come il boss Pino Lipari, al controllo della spartizione degli appalti pubblici. Ecco quindi che il senatore Giuseppe La Loggia, il padre di Enrico, stando al racconto di Mandalà, si presenta da un capomafia come Turiddu Malta per domandare il suo appoggio elettorale.
    Un fatto quasi normale per l’epoca, tanto che del sostegno dato da Cosa Nostra a La Loggia senior parlerà anche Nick Gentile, un pezzo da novanta nella Cosa Nostra made in USA, consigliere di Al Capone e Lucky Luciano. Nella sua ormai introvabile autobiografia, data alle stampe opportunamente censurata, il boss italoamericano racconta i suoi fraterni rapporti con il senatore fanfaniano e descrive anche la propria amicizia con Gaspare Cusenza, ex sindaco di Palermo e presidente della Sicilcassa fino al 1962. Quello di Gentile è uno spaccato esemplare su mafia e politica in Sicilia nel secondo dopoguerra:

    “Nel 1951, per le elezioni, mi ero impegnato a dare il mio appoggio a Peppino La Loggia. Tano Di Leo aveva a Roma un informatore e lo venne a sapere. Venne così a Palermo nel mio negozio. Era furioso. Mi disse che non dovevo assolutamente appoggiare La Loggia. Io replicai che mi ero impegnato per-ché il cognato di La Loggia, quando fui tratto in arresto durante il fascismo, aveva testimoniato a mio favore. Egli era allora podestà di Agrigento. Anche Calogero Volpe era d’accordo con Tano Di Leo contro la parola che avevo dato. Venni chiamato dal senatore Cusenza alla Cassa di Risparmio. Io gli raccontai le mie preoccupazioni per quelle incomprensioni e Cusenza propose di fare una scampagnata tutti quanti assieme per smussare gli angoli. Alla scampagnata dovevamo andare io, Cusenza, Di Leo, La Loggia e Calogero Volpe. Proposi io stesso a Tano Di Leo quella gita ideata da Cusenza, ma egli rifiutò. Informai La Loggia del rifiuto ed egli mi disse: «Zio Cola, dica a Tano, a Volpe e a Cusenza e a tutti gli altri amici che io vengo alla gita per sapere in che cosa ho mancato e, se risulterà che ho mancato, mi scaverete la fossa e mi lascerete là». Di fronte a queste parole di umiltà mi sentii incoraggiato a proseguire nel mio appoggio elettorale. Proprio durante la campagna feci firmare a La Loggia, che era vicepresidente del-la Regione presieduta da Franco Restivo, lo scioglimento dell’amministrazione socialcomunista di Santa Margherita”.

    Il problema è che la mafia, al contrario della politica, non dimentica. Anche a distanza di anni, anzi di decenni, è difficile scrollarsi di dosso certi rapporti, certe antiche relazioni. Ed è difficile anche per Enrico La Loggia che pure, a metà degli anni Ottanta, fa parte come assessore della prima giunta del sindaco Leoluca Orlando e, per diretta ammissione di Nino Mandalà, in quelle vesti risponde di no alle sue richieste di aiuto.
    Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria, feudi di Provenzano e della famiglia Mandalà, diventano vittorie pericolose.
    Francesco Campanella, che osserva quanto accade dalla sua poltrona privilegiata di presidente del consiglio comunale, se ne accorge quasi subito. Nel 1994 l’avvocato Nino Mandalà sbandiera i suoi legami importanti. Se ne fa vanto. Dice a Francesco di avere «strettissimi rapporti con il senatore», gli parla del suo matrimonio al quale anche lui e Schifani avevano partecipato, e Campanella capisce che non mente. Il nuovo segretario comunale viene scelto dal sindaco Navetta su «segnalazione di La Loggia» e la stessa cosa accade con Schifani: «I rapporti tra loro erano ancora ottimi durante l’inizio dell’attività politica del Mandalà nel ‘94, tant’è vero che La Loggia era il suo riferimento all’interno di Forza Italia […]; a un certo punto Schifani fu segnalato da La Loggia come consulente e quindi nominato dal sindaco come esperto in materia di urbanistica. […] Le quattro varianti al piano regolatore di cui abbiamo parlato, parco suburbano, la variante commerciale, la viabilità, furono tutte concordate dal punto di vista anche di modulazione, di componimento, insomma, dal punto di vista giuridico con lo stesso Schifani».
    «L’allora avvocato Schifani interloquiva con Nino Mandalà anche di queste cose?», chiede il pubblico ministero.
    «Sì, interloquiva anche con Mandalà, ma poi i fatti più operativi li gestiva l’assessore Geranio, che poi era un assessore della famiglia di Mandalà, perché l’assessore Geranio aveva sposato una sorella del suocero di Nicola Mandalà. Quindi Geranio faceva da spola tra il Comune e lo studio dell’avvocato Schifani. Mi ricordo che in qualche incontro andai anch’io. Poi, a un certo punto, ci fu la questione di fare il piano regolatore generale. [Si trattava di un] argomento [che suscitava] grandi appetiti da parte della famiglia mafiosa di Villabate, poiché il piano regolatore generale, come è notorio, determina la potenzialità edificatoria delle aree e [l’edilizia è] uno degli elementi più importanti dell’attività tipica di Cosa Nostra, [con] l’imposizione, oltre che di pizzo ai cantieri, anche delle forniture. Lì il Mandalà organizzò tutto per filo e per segno interagendo in prima persona. […] Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e con La Loggia e che aveva trovato un accordo per il quale i due segnalavano il progettista del piano regolatore generale, incassando anche una parcella di un certo rilievo […]. L’accordo, che Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di manipolare il piano regolatore, affinché tutte le sue istanze – che poi erano [la richiesta] di variare i terreni dove c’erano gli affari in corso e addirittura di penalizzare quelli della famiglia mafiosa avversaria o delle persone a cui si voleva fare uno sgarbo – fossero prese in considerazione dal progettista e da Schifani […]. Cosa che avvenne, perché poi cominciò questa attività di stesura del piano regolatore e io mi trovai a partecipare a tutte le riunioni che si tennero con lo stesso Schifani, qualche volta allo studio» Schifani e qualche altra volta al Comune. Io [poi] partecipai anche alle riunioni, più tipiche della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c’era …».
    Il clan di Villabate si butta a capofitto nell’affare. Dal Nord torna un costruttore che se ne era andato dal paese quando era scoppiata la faida con i Montalto. Si mette in società con Nino Mandalà, assieme a lui contatta tutti i proprietari degli appezza-menti di terreno che sarebbero dovuti diventare edificabili e fa loro firmare dei preliminari di vendita. In buona sostanza la mafia si accaparra tutte le zone in cui si potrà costruire. In un in-contro con il sindaco Navetta e i due Mandalà, Francesco discute il piano regolatore e «gli inserimenti fatti dal progettista con i pareri di Schifani».
    Domanda il pubblico ministero: «Io volevo capire questo: le risulta che lo Schifani fosse al corrente all’epoca degli interessi di Mandalà in relazione all’attività di pianificazione urbanistica del Comune di Villabate?».
    «Assolutamente sì, il Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con lo stesso Schifani e l’accordo era appunto di nominare, attraverso loro, questo progettista che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qualche modo avrebbero condiviso lo stesso Schifani e La Loggia […]».
    «Quindi la parcella non sarebbe andata soltanto al progettista?».
    «No, il progettista era titolare di un interesse economico che era condiviso dallo stesso Schifani e La Loggia».
    «E questa parcella fu liquidata o comunque ne fu stabilita l’entità?».
    «Ma guardi, la parcella … si fece una parcella proforma, perché l’attività poi del piano regolatore in realtà fu interrotta a seguito poi dello scioglimento del consiglio comunale …». «Parliamo del primo scioglimento [della giunta comunale di Villabate per mafia, quello del 1999]?».
    «Esattamente, perché poi non è che il piano regolatore andò in porto; fu adottato uno schema di massima … a un certo punto eravamo pronti per l’adozione finale, ma poi questo processo fu interrotto […] per cui fu quantificata un’ipotetica parcella complessiva che era veramente notevole, adesso non ricordo l’importo, saranno state liquidate una serie di spettanze relative al lavoro che effettivamente fu svolto».
    «E questa liquidazione avvenne formalmente soltanto al progettista?».
    «Ovviamente. […] Schifani comunque era stipendiato a quell’epoca come esperto, aveva il compenso di esperto». «Era stato nominato dal sindaco Navetta?».
    «Esattamente […]. Ma poi, per completare quello che lei mi aveva chiesto, i rapporti con La Loggia si deteriorarono a seguito, come ho detto, anche dell’arresto del figlio e di questo in-somma allontanamento dello stesso Mandalà dai vertici di Forza Italia. Tanto è vero che il Mandalà si lamentava di questo atteggiamento di La Loggia che non lo salutava addirittura più neanche se lo incontrava per strada. Si lamentava di questo cambio totale nei suoi confronti; [si era passati] dall’essere amici e addirittura soci in determinate attività, e in un primo momento sponsor delle attività politiche e di queste vicende, all’assoluto allontanamento dal personaggio Mandalà».
    «Sì, ma io vorrei capire a questo proposito: poiché abbiamo già detto più volte che l’arresto di Nicola Mandalà avviene nel marzo del ‘95, il 17 marzo del ‘95, e poiché mi è parso di capire che tutti questi rapporti, questi contatti, questi incontri finalizzati alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate tra Mandalà, La Loggia [sono successivi] …».
    «L’allontanamento di La Loggia da Mandalà fu successivo anche quando La Loggia cominciò ad avere cariche di un certo rilievo; mi ricordo che nella seconda legislatura ricopriva la carica di capogruppo al Senato, quindi c’era stato anche un rompersi del rapporto […]».
    «Sì, però rimane da capire, signor Campanella, esattamente in che epoca si collocano o si colloca, se solo una, quella riunione tra Mandalà, La Loggia e Schifani in relazione alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate».
    «Questa si colloca sicuramente in epoca successiva all’arresto di Mandalà Nicola, nell’epoca in cui stavamo adottando questi atti, ma ci saranno anche le carte, l’adozione del consiglio comunale dello schema di massima […]».
    «Quindi c’è un allontanamento progressivo, mi pare di capire?».
    «Esattamente, lui lamentava con me questo fatto che più volte, ma in epoca successiva appunto alle vicende …».
    «All’arresto di Nicola diciamo?».
    «Esattamente, addirittura il La Loggia non lo salutava neanche».
    «Cioè cercava di prendere le distanze?».
    «Esattamente …».

    «Una vergognosa pulizia etnica»

    Il 24 maggio 1998, tre settimane dopo la chiacchierata in auto tra Nano Mandalà e Simone Castello, Villabate va alle urne per le elezioni comunali. Giuseppe Navetta, il sindaco uscente nipote del capomafia, stravince. La sua coalizione, formata da una sorta di ammucchiata tra partiti del centrodestra e del centrosinistra come Rinnovamento Italiano, Forza Italia, AN, CDU e CDR per l’UDR, raccoglie 6.876 voti, pari al 69,7 per cento dei consensi. I festeggiamenti però durano poco. Il 9 giugno l’avvocato Mandalà finisce in manette insieme ai boss della cosca di Caccamo, nell’ambito dell’inchiesta in cui è indagato il deputato Gaspare Giudice. Cinque mesi dopo, tocca agli imprenditori-uomini d’onore che a Bagheria garantivano la latitanza di zio Binu. “Presi i colonnelli di Provenzano”, titolano euforici i giornali. Tra di loro ci sono anche Simone Castello e l’ingegner Vincenzo Giammanco, capo dell’ufficio tecnico del Comune e nipote del senatore DC Ignazio Mineo, ucciso nel 1984, e dell’ex capomafia di Bagheria, Antonino Mineo, ammazzato nel 1989.
    A quel punto si muove anche il governo di centrosinistra, presieduto da Massimo D’Alema. Il 16 aprile 1999 il Consiglio dei Ministri ordina lo scioglimento dei consigli comunali di Villabate, Bagheria e Ficarazzi, a causa «del condizionamento da parte della criminalità organizzata». Le prime due amministrazioni sono in mano al Polo delle Libertà, la terza è invece governata dalla sinistra.
    Il coordinatore siciliano di Forza Italia, Gianfranco Miccichè, dichiara: «E stata una vergognosa pulizia etnica. Il cielo ha corrisposto ai desideri reconditi del vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella e così, dopo questa operazione di pulizia etnica, costui potrà tentare la riconquista del territorio». Poi conferma «la stima e la fiducia nei confronti dei sindaci di Bagheria e Villabate e degli amministratori che con essi hanno lavorato». Su quelli di sinistra del Comune di Ficarazzi dice, invece, di «non esprimere giudizi giacché non li conosco». Alleanza Nazionale è appena più prudente. I deputati Nino Lo Presti e Enzo Fragalà si riservano di chiedere l’annullamento degli scioglimenti dopo aver letto i provvedimenti, ma azzardano un’ipotesi: «E probabile che dietro tutto questo vi sia una ragione politica. C’è forte il sospetto che si sia voluto privare i cittadini di questi paesi delle rappresentanze moderate». Poi, per far quadrare il cerchio, spiegano che anche il Comune rosso di Ficarazzi è stato sciolto nel tentativo di «equilibrare un provvedimento altrimenti fazioso e di parte». Roberto Centaro, futuro presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ma in quel momento capogruppo di Forza Italia nello stesso organismo, protesta per un’inesistente violazione di un altrettanto inesistente segreto d’ufficio: «E gravissimo che la notizia dello scioglimento sia stata anticipata da esponenti dell’Ulivo i quali, in nome e per conto del presidente del Consiglio e del ministero dell’Interno, avevano preannunciato in merito una conferenza stampa».
    E quasi inutile chiedersi se queste dichiarazioni vengano fatte in buona o in mala fede. Quello che conta è il risultato: leggendole sui giornali gli uomini d’onore pensano di non essere soli.
    Eppure, quando il 16 aprile 1999 il consiglio comunale di Villabate viene sciolto per la prima volta per mafia, almeno in Forza Italia si sa bene come stanno le cose.
    Appena due mesi prima, il 19 e il 20 febbraio, sia Renato Schifani che Enrico La Loggia erano stati ascoltati in Procura come testimoni sui loro rapporti con Mandalà e l’amministrazione comunale. E in un interrogatorio che sembrava una partita a poker si erano sentiti leggere il contenuto dell’intercettazione tra il boss di Villabate e il colonnello di Provenzano. Con consumata abilità i magistrati avevano prima lasciato parlare liberamente i parlamentari. Poi, a poco a poco, avevano chiesto spiegazioni sulle singole affermazioni di Mandalà. Il risultato, soprattutto per La Loggia, era stata un’imbarazzata deposizione in cui l’allora capogruppo dei senatori azzurri aveva cambiato progressivamente versione.
    Davanti ai PM La Loggia aveva spiegato di aver incontrato Nino a Villabate, col quale non aveva mai avuto «una conoscenza assidua», solo perché l’avvocato era lo zio del sindaco Navetta. Aveva detto che effettivamente, il 4 maggio 1998, si era tenuta nel suo ufficio una riunione del vertice del partito alla quale avevano partecipato tutti i politici citati da Mandalà nella sua conversazione con Simone Castello. Lui però non ricordava che qualcuno in quell’occasione gli avesse chiesto di telefonare a Mandalà per «recuperarlo».
    Una telefonata con il boss c’era comunque stata, ma qualche settimana dopo la riunione. A chiedergli di farla non era stato però Schifani [il quale, sentito come teste ventiquattr’ore prima di La Loggia, aveva già negato di aver avanzato una simile richiesta], ma Gaspare Giudice: «Eravamo proprio in campagna elettorale e, insomma, io resistevo un po’ a ‘sta cosa, perché non avevo tutto ‘sto piacere a chiamare Mandalà. [Alla fine] vinto come dire dalla richiesta pressante, chiamai anche Mandalà per chiedergli come va con questo candidato [un candidato diverso da quello sponsorizzato da Schifani], eccetera eccetera. Lui mi rispose, per la verità, in maniera un po’ sgarbata per dire: io ce 1’-ho con tutti voi, qui le cose vanno male e non so nemmeno se mi impegnerò in questa campagna […]».
    Poi il parlamentare si era attorcigliato in un complicato ragionamento sul perché della freddezza di Mandalà: «Io ho immaginato, non che lo avessi saputo, ma l’ho immaginato [che Mandalà fosse sgarbato a causa della vicenda di suo figlio]. [Lui] era stato accusato di reati gravi, omicidio o qualcosa del genere – accuse dalle quali poi, ma ho solo un ricordo vago, credo sia stato riconosciuto innocente – poi mi pare che si liberò. [Quindi io immaginavo che lui ce l’avesse con me] perché io non mi ero fatto vivo, diciamo, per dare un gesto di solidarietà. E quindi, non perché me lo abbia detto Mandalà, ma forse me lo deve aver riferito qualcun altro, diciamo persone di comune conoscenza, lui c’era rimasto male. Questa è l’unica ragione che io posso immaginare».
    La prudenza di La Loggia, i suoi discorsi carichi di «diciamo», «ho immaginato», «non me lo ha detto lui», si erano però interrotti subito quando i PM gli avevano letto la parte di intercettazione ambientale in cui il capomafia raccontava a Castello di averlo fatto piangere durante un incontro avvenuto proprio nel suo studio, dopo un convegno di Forza Italia.
    Con un’improvvisa correzione di rotta, il futuro ministro degli Affari Regionali era allora sembrato recuperare la memoria per qualche secondo. E pur negando di aver visto Mandalà vis-à-vis nel proprio ufficio di via Duca della Verdura aveva detto: «E’ esattamente come poc’anzi io stavo cercando di ricordare, adesso mi ricordo con più precisione … la mia, come dire, illazione sul perché lui ce la potesse avere con me, viene confermata sostanzialmente, almeno questa è l’unica cosa vera di tutta questa conversazione: cioè lui ce l’aveva con me perché io non mi ero fatto sentire quando lui ebbe questo problema grave del figlio. Io l’ho incontrato in una occasione pubblica, quindi può darsi sia stato durante il congresso … e gli dissi: “Ah, Nino è molto che non ci vediamo, penso che tu ora ce l’hai con me perché non mi sono fatto vivo”, e lui mi rispose bruscamente: “Ah, certo da te non mi sarei mai aspettato questa dimenticanza”. Ci dissi: “Vàbbè, quando vuoi, se lo riterrai, ne potremo riparlare con calma, quando vuoi ci vediamo”. Cioè la cosa finisce lì perché poi, tutto il resto che io me lo sarei portato in ufficio, sarei stato un’ora con lui eccetera eccetera, io non me lo ricordo affatto, cioè non credo che sia successa questa cosa. Cioè questo è frutto poi di come lui, probabilmente, ha colorito, diciamo, tutta la vicenda per farsi probabilmente bello con questo signore che io non conosco affatto. […] Onestamente non credo che Mandalà abbia nessuna, ma proprio nessuna occasione di potermi fare spaventare, non si capisce bene per che cosa». La Loggia aveva infine affrontato la questione della nomina di Schifani a consulente urbanistico del Comune di Villabate. E anche qui aveva ovviamente escluso di averla contrattata con il boss: «Lui è uno dei migliori avvocati esperti in urbanistica d’Italia (2). Io parlai della sua nomina con Miccichè, perché il senatore Schifani aveva organizzato tutti i dipartimenti di Forza Italia, aveva fatto un lavoro enorme … E io dissi: “Ma guarda se tra questi sindaci che sono stati eletti, se è possibile fargli trova-re una consulenza perché ha perso molto tempo e ha avuto dei mancati guadagni”. Adesso però non ricordo se parlai io direttamente con il sindaco Navetta o tramite Miccichè».
    Il tentativo di La Loggia di marcare il più possibile le distanze da Mandalà era insomma evidente. E persino comprensibile. In fondo il boss Mandalà, dopo essersi allontanato per qualche me-se dalla vita di partito in seguito all’arresto di suo figlio, era ritornato in Forza Italia alla grande entrando a far parte, come primo degli eletti, nel direttivo provinciale. L’imbarazzo personale e politico aveva insomma un senso. Meno facile da capire invece era il perché gli azzurri avessero definito, per bocca di Miccichè, una «pulizia etnica» lo scioglimento di un Comune come Villabate, dove il sindaco era il nipote del presunto capomafia.

    (1) Interrogato in aula, Nino Mandalà ammetterà di aver detto per davvero a La Loggia quelle frasi, ma sosterrà di aver millantato con lui la propria mafiosità: «Chiaramente quando dico a La Loggia “Io sono mafioso” lo dico in maniera ironica e lo dico perché lui mi aveva rinnegato per la paura che io fossi mafioso. E sulla questione dei voti volevo ferir-lo … perché suo padre era un galantuomo e non aveva assolutamente rapporti con ambienti mafiosi». Mandalà confermerà anche il pianto di La Loggia spiegando: «Piangeva per la paura che io potessi rivelare quelle frasi, ma che erano solo mirate a ferirlo, ma che non corrispondevano a verità. Temeva che potevano danneggiarlo. Ma io gliele ho sparate in faccia per ferirlo».

    (2) Renato Schifani non si occupa però solo di urbanistica. Sul finire degli anni Ottanta ha assistito imprenditori legati a Cosa Nostra nei procedimenti per la confisca dei loro beni. L’ex ministro di Grazia e Giustizia Filippo Mancuso (Forza Italia) nel corso di una violentissima polemica lo ha definito «principe del Foro del recupero crediti». Il riferimento era probabilmente a una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo, la GMS. L’avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e rinviato a giudizio per usura ed estorsione. L’ex socio di Schifani, poi assolto dopo un processo durato otto anni, era allora ritenuto il capo di un’organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è comunque mai stato coinvolto nelle indagini.

  2. CARLO SE NON CAPISCI IL SENSO DI POCHE RIGHE, COME PUOI CAPIRE TUTTA QUESTA ROBA?

    PUOI SPIEGARE EDUCATAMENTE…
    SE QUESTI SONO I FATTI E SE TRAVAGLIO HA ESPOSTO I FATTI….PERCHE’ MANCA IL FATTO CHE SCHIFANI E’ STATO IN QUELLA SOCIETA’ UN SOLO ANNO CON IL 3% E CHE IL SOCIO CHE E’ STATO INCRIMINATO PER MAFIA 18 ANNI DOPO?

    E PERCHE’ NEL CASO DELL’URBANISTICA VIENE ATTRIBUITO A SCHIFANI UN FATTO ACCADUTO 3 ANNI DOPO QUANDO NON AVEVA PIU’ LA NOMINA?

    SE QUESTI SONO I FATTI…

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